La sostenibilità come codice etico

Roberto Perazza e Stefano Vanin, rispettivamente amministratore e fondatore e presidente e fondatore di The Eyes of Republic, ci spiegano il loro progetto nato intorno ad un argomento hot del comparto e non solo: la sostenibilità.

Ci spieghereste il vostro progetto?  

The Eyes Republic è un libero consorzio di artigiani, tecnici, designer, produttori indipendenti, innovatori e visionari del Distretto Ottico di Belluno formatosi tre anni fa con lo scopo di difendere e promuovere il design e la produzione dell’occhiale nel nostro ambito territoriale, soprattutto nelle dimensioni della piccola e media manifattura industriale.
Abbiamo capito che il Made in Italy, per continuare ad esistere, dovrà evolversi totalmente avviando pratiche di economia circolare, sostenibile ed ecocompatibile. I prodotti dovranno incorporare qualità nuove come etica civile, responsabilità sociale, sensibilità ambientale, sia nelle proprietà intrinseche che nel processo produttivo per realizzarlo.

Da questa previsione nasce il nostro progetto: aggregare e associare una nuova filiera di produzione dell’occhiale che dal design, alla produzione e alla distribuzione dell’occhiale assuma la sostenibilità come codice etico. Promuoviamo un cambio culturale fra i produttori del distretto ottico, l’abbandono di pratiche e processi obsoleti e come pure dei materiali nocivi all’ambiente e alla gente, promuoviamo l’acquisizione di nuove tecnologie, nuovi materiali e nuovi processi di produzione per integrarli nella tradizione dell’artigianato manifatturiero delle nostre vallate.

Qual è il vostro codice etico?

Il nostro codice etico fissato nel nome e nel programma che ci siamo scelti per tradizione storica: lavorare per la cura della vista a 360°. Per rispondere a questo codice, The Eyes Republic produce e distribuisce con pratiche di economia circolare, sostenibile ed ecocompatibile, innovando e usando tecnologie e materiali compatibili con la salute del territorio dove viviamo, dell’economia montana della salvaguardia dei beni comuni.

Come traducete la sostenibilità nei vostri progetti?

Tutti i nostri valori sono ispirati alla sostenibilità ambientale. Ne abbiamo anche ricavato valori economici e sociali, al di là dei calcoli dei costi di produzione, calcoliamo quanta energia viene usata per produrre un occhiale e quanta per una lente, quanta emissione di CO2, quanta materia prima usata e distrutta, e quanta rinnovabile. Anche per la distribuzione. Stessi parametri per valutare il consumo energetico e di materiali per la distribuzione del prodotto fino al cliente finale, l’utilizzatore. E poi valutiamo il ciclo di uso del prodotto e la ricaduta in termini di costi per lo smaltimento e il fine vita, quando verrà dismesso.

Inoltre, valutiamo i costi sociali e ambientali di ogni passaggio della produzione, sia degli occhiali in plastica che in metallo, l’origine, la provenienza e la certificazione delle materie prime. E poi la loro tossicità ambientale e umana.

Verso quale direzione sta andando il vostro progetto?

Abbiamo sviluppato una serie di bioplastiche per l’occhialeria e per gli accessori moda da fonti totalmente rinnovabili. Biopolimeri innovativi sviluppati grazie al concorso di un’importante azienda italiana di bioingegneria e al supporto di laboratori estranei al circuito della petrolchimica. Questi metamateriali, denominati “Organoliti – fashionable biopolymers”, sono totalmente biocompatibili e biodegradabili e derivati dalla filiera della produzione agricola e alimentare come noci, mandorle, mele, mais, e conditi con enzimi vegetali provenienti da gerani, betulle, azalee e grazie ai quali abbiamo l’eccezionale dato che la biodegradabilità è programmata; la loro lavorazione non produce CO2 e non consuma acqua e l’energia usata per produrre una montatura è ridotta del 50% rispetto a una plastica acetalica (acetilica) o eftalica (ftalica).

Abbiamo così raggiunto il livello necessario per avviare la nostra battaglia per la sostituzione delle plastiche petrolifere che ancora dominano la produzione di occhiali. Anche per il packaging usiamo solo plastiche bio, così come per le lenti dimostrative.

Abbiamo anche abbandonato i metalli pesanti e dannosi e usiamo solo metalli dalla provata biocompatibilità e non li saldiamo più tradizionalmente ma con il laser. Abbiamo anche abbandonato il processo di galvanizzazione dei metalli, perché il bagno chimico in cui avviene è pieno di metalli pesanti, a dispetto del cosiddetto processo nickel free.

Queste pratiche sono anche oggetto di una campagna polemica che abbiamo avviato contro tutti quei produttori che fanno “green washing”, cioè falso marketing e falsa pubblicità sul reale contenuto dei loro prodotti.

Cosa avete presentato a MIDO 2019?

Abbiamo esposto occhiali da sole e vista in galalite, una bioplastica ricavata dal latte, 100% biodegradabile, ignifuga, biocompatibile, e bellissima, al tatto più preziosa della seta. Una reinvenzione di una formula ottocentesca con l’aggiunta di biochimica italiana, tutta di origine agraria. Una nuova metaplastica, che utilizza scarti e riserve di latte in scadenza.

Li abbiamo esposti accompagnati da altri accessori moda perché è un materiale adattissimo anche in questo ambito.

E poi abbiamo presentato degli occhiali a luminosità notturna, fatti sempre con una metaplastica biologica e caricata con lantanoidi, delle terre naturali che accumulano le radiazioni luminose e le rilasciano lentamente al buio. Infine, nuove soluzioni meccaniche di cerniere e aste per occhiali in metalli non ferrosi, con colori totalmente all’acqua.

Quali sono state le vostre impressioni dell’edizione di quest’anno?

MIDO è sempre una grande manifestazione che va oltre la stessa dimensione del mercato dell’occhialeria, e che incide sempre più sulla storia del costume.

 

Ph. da sinistra: Roberto Perazza e Stefano Vanin

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