La vittoria di MIDO sulla grande recessione

Il Cavaliere del Lavoro Vittorio Tabacchi è stato Presidente di MIDO negli anni della crisi economica mondiale (dal 2007 al 2010) Un compito difficilissimo che ha saputo assolvere insieme al suo staff con intelligenza consolidando la leadership mondiale della fiera. Dalla sue parole emergono l’orgoglio di un uomo che ha vissuto l’oggetto occhiale come parte integrante della sua vita e che sta facendo ancora molto per il comparto.

Il suo mandato alla Presidenza di MIDO è avvenuto dal 2007 al 2010, anni della crisi economica mondiale. Qual era allora lo scenario internazionale del comparto? MIDO come ha affrontato quel periodo?

Lo scenario di quegli anni era davvero difficile e complesso. Il sentimento generale era molto negativo, l’economia mondiale in grandissima difficoltà. Anche il settore dell’occhialeria ne risentì molto e l’Italia ne soffrì sia in termini di mercato interno che di export. MIDO, nonostante le avversità, riuscì a mantenersi abbastanza stabile e ad attrarre a Milano buyer italiani e internazionali. Non fu facile, certamente, i numeri di allora ce lo dimostrano ma, con grinta e iniziativa, superò le difficoltà.

Anche suo fratello Giuliano è stato presidente del MIDO. Possiamo dire che la vostra è una tradizione di famiglia? Un attaccamento a questa manifestazione anche a livello aziendale (Safilo è stata presente a tutte le edizioni della fiera dal 1970)?

Assolutamente si. Mio fratello è stato Presidente come me e mio padre Guglielmo è sempre stato uno dei padri fondatori del MIDO, insieme all’allora vicepresidente Mario Lozza e altri illuminati imprenditori del Cadore.

E oltre alla mia famiglia, l’attaccamento è stato anche aziendale. MIDO era una data fissa, un impegno imprescindibile. Si aspettava MIDO per presentare le nuove collezioni non solo all’Italia ma al mondo intero. La manifestazione ha sempre avuto, da parte dell’organizzazione, una visione internazionale che da subito ha favorito l’export italiano. Si esponevano i nuovi prodotti e al contempo si comunicava lo spirito delle aziende espositrici, uno spirito fatto di tradizione e cultura nel fare occhiali. Partecipare alla fiera era un piacere, non un dovere così come lo era il nostro lavoro. A MIDO si incontravano gli amici e si facevano affari. Vorrei a questo proposito aggiungere una mia dichiarazione, presente nel volume di presentazione del Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore: “fare occhiali era un’attività talmente intrinseca al tessuto sociale dell’area da poter essere definita non solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma anche un modo di vivere”.

Ha appena citato il Museo dell’occhiale di Pieve di Cadore. Di indubbia importanza è stato il suo contributo allo sviluppo del Museo dove sono raccolti esemplari di rara finitura e pregio. Ci racconterebbe come ha sviluppato questo aspetto del suo mandato?

Ho sempre avuto la mania di mettere via le cose, per ricordarle, per non dimenticarle. Con gli anni sono quindi diventato un “raccoglitore”, un collezionista per dirlo con la parola giusta. Ho avuto la possibilità di conoscere i maggiori collezionisti del mondo e sono particolarmente legato ad un caro amico belga, Georges Bodart, senza il quale, forse il Museo non sarebbe mai nato. Un giorno del 1989 ricevetti una sua chiamata: in lacrime mi chiese se fossi disposto a comprare tutta la sua collezione. Erano occhiali straordinari, dal valore storico davvero importante. Aveva deciso di venderli perché suo figlio, nel centro ottico di famiglia, voleva far spazio alle lenti a contatto. Ho sentito subito la necessità di fare qualcosa e ho proposto alla Regione Veneto di realizzare un museo. Ho coinvolto anche Confindustria Belluno con le sue piccole e medio imprese, la direzione dell’Unione Artigiani, la Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno (oggi Unicredit), la Provincia, i sindacati e alcuni colleghi imprenditori della mia età. Tutti hanno subito compreso l’importanza di donare al territorio un ricordo dei loro padri e nonni, di lasciare un segno eterno del lavoro delle generazioni precedenti a quelle future, di mettere in mostra non solo degli occhiali ma una storia, una cultura, un’educazione e il rispetto verso questo prodotto. Attualmente, al primo piano trovate una sezione dedicata alla storia che parte dal 1300 mentre al secondo c’è tutta la storia dell’occhialeria cadorina, con un elenco completo delle aziende dell’area. Molte, oggi, non ci sono più. Quando penso a questo mi sembra proprio di aver fatto un ottimo lavoro: se non ci fosse il Museo, nessuno, fra qualche anno, sarebbe in grado di ricordarle.

Era presidente durante il 40° compleanno di MIDO. Cosa ricorda di quella edizione? Cosa si augura per la prossima importante ricorrenza dei 50 anni? Sarà presente ai festeggiamenti?

Fu un’edizione eccezionale. Ricordo una bellissima torta che tagliammo con il direttore generale Astrid Galimberti e una mostra fotografica, “MIDO: the first 40 years”, che raccontava, attraverso le immagini di archivio, la storia della manifestazione. Fu un traguardo importante ma quello che verrà, ancora di più.

Sarò ovviamente presente ai festeggiamenti del 50° di MIDO e mi auguro che tutti gli straordinari eventi in programmazione per le celebrazioni abbiano il grande successo che meritano. Inoltre spero che la presenza del “mondo occhiale” sia totale e assoluta: non c’è mai fine alla visione internazionale e intercontinentale che questa manifestazione può raggiungere.

Un’altra peculiarità del suo mandato è stata l’attenzione alla prevenzione e alla cura della vista. In particolare, è stato molto attivo all’interno di CDV – la Commissione Difesa Vista, dove attualmente è Presidente. Ci illustrerebbe questo suo percorso?

La prevenzione della vista è sempre stato un tema caro all’Anfao, l’Associazione Nazionale dei Fabbricanti Ottici. Si faceva molto ma volevo dare maggiore visibilità ad un’attività operativa così importante. Occorreva una specificità e quindi decisi di realizzare una vera e propria commissione che difendesse la vista e svolgesse un’azione sociale nel nostro Paese. Ho unito intorno a un tavolo tutte le istituzioni italiane che hanno cura dell’occhio umano, dedite al controllo e alla misurazione della vista. È nata così la Commissione Difesa Vista che mette insieme ottici, optometristi e oculisti. Mancano purtroppo gli ortottisti che, con mio rammarico, non hanno voluto prenderne parte. Ho promosso le attività anche a livello europeo, coinvolgendo le istituzioni estere che si occupano di questi temi. Il passo successivo è stato poi trasformarla in una Onlus.

Sono molto soddisfatto di quanto realizzato, soprattutto in questi ultimi anni. La CDV è oggi una presenza riconosciuta e ammirata del mercato grazie alle iniziative per tutte le età, alle attività di promozione, comunicazione e formazione. Siamo un vero e proprio servizio pubblico, dedito al sociale e l’attenzione che mettiamo nelle attività soprattutto nei confronti dei bambini è, per me, motivo di grande orgoglio.

 

 

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